“A volte, ciò che finisce non è l’amore. È solo il modo sbagliato di viverlo.”
Il sole stava calando lento dietro i vetri della cucina, dove Marta versava l’acqua bollente per l’ennesima tisana alla melissa. Il cucchiaino tintinnava nel silenzio carico di tensione. Marco, appoggiato allo stipite della porta, fissava il frigorifero come se potesse dargli una risposta.
— Hai prenotato il controllo per la macchina? — chiese lei, la voce più stanca che arrabbiata.
— No, me ne sono dimenticato. Lavoro, sai com’è.
— Già. Il tuo lavoro. Sempre al primo posto. Sempre tu che non ci sei.
— E tu? Che parli solo per puntare il dito?
Non fu un’esplosione. Fu come una diga che cede lentamente. Non urlarono, non lanciarono oggetti. Ma le parole, quelle sì, colpirono con precisione chirurgica. Ogni frase non detta nei mesi precedenti trovò finalmente una via d’uscita, senza filtri, senza più scuse.
Dopo quasi otto anni, si guardarono come due sconosciuti che dividono lo stesso spazio per errore.
— Forse dovremmo separarci, — disse Marco piano.
Marta annuì. Non pianse. Non in quel momento.
Due settimane dopo
Lo studio dell’avvocato era silenzioso e ordinato, con scaffali pieni di codici e una pianta di ficus che aveva più anni del loro matrimonio. Seduta dietro la scrivania, l’avv. Sini li guardava senza parlare. Aveva lo sguardo di chi ha già visto tutto: drammi, tradimenti, fughe e ritorni.
Prese una penna e cominciò a prendere nota. Poi, senza alzare gli occhi, domandò:
— Siete proprio sicuri?
Marco si irrigidì. — Sì. Abbiamo già deciso.
— Ah, avete deciso, — ripeté lei con tono pacato. — E vi siete anche ascoltati?
Marta fissò l’avvocato. — Che intende dire?
Sini si tolse gli occhiali con calma. — Intendo dire che a volte le coppie arrivano qui con il cuore in frantumi, ma non perché non si amino più. Spesso è perché hanno smesso di parlarsi nel modo giusto. Il dolore si deposita tra le parole che non si dicono, e poi diventa distanza.
Il silenzio inondò la stanza.
— Il mio compito è portarvi in fondo alla separazione. Ma il mio dovere, come essere umano, è almeno chiedervi: lo state facendo per amore di voi stessi, o solo per stanchezza?
Nessuno rispose. Ma qualcosa, in quell’istante, si incrinò.
Quando uscirono dallo studio, ognuno di loro aveva un foglio in mano e un vuoto nello stomaco. Il processo era iniziato. Ma la voce dell’avvocato, quella sì, continuava a ronzare nella testa di entrambi.
Una domanda, una sola, li aveva messi in crisi più di un anno intero di litigi:
“Siete proprio sicuri?”

